Capitolo Sette. Dalla crisi all' epistme nella politica. Hobbes.
Introduzione. I monarcomachi, i politici e J. Bodin.
Nel periodo che va dalla prima met del Cinquecento alla fine
della guerra civile in Inghilterra, il problema politico fu al
centro dell'attenzione dei filosofi e degli intellettuali in
genere. Aveva cominciato Lutero a contestare il potere
tradizionale del papa e dell'imperatore, appoggiando le pretese
autonomistiche dei prncipi tedeschi. Lo seguirono molti altri
intellettuali sia di parte protestante sia di parte cattolica. Fra
i cattolici (Bellarmino, Suarez, Mariana, De Vitoria, eccetera) il
dibattito sul rapporto fra il potere ed il diritto fu motivato
prima di tutto dalle conquiste dei territori nel Nuovo Mondo.
Nell'analisi del fondamento giuridico del potere politico alla
fine si impose la teoria contrattualistica, secondo la quale Dio
aveva dato il potere al popolo, il quale a sua volta lo aveva
delegato al re con un contratto, che entrambe le parti si
impegnavano a rispettare. I teorici della politica nel periodo
delle guerre civili erano impegnati soprattutto a stabilire quale
dovesse essere il comportamento del popolo nel caso in cui il re
non avesse rispettato il contratto. Fra le varie risposte a questo
fondamentale quesito, vi era anche chi teorizzava la ribellione e
il regicidio. Costoro furono chiamati monarcomachi. Essi
ritenevano che fosse lecito combattere con atti di terrorismo i
nemici della loro religione e le pretese assolutistiche dello
Stato moderno. Le loro teorie ebbero numerosi seguaci, che
compirono atti di terrorismo soprattutto in Francia e in
Inghilterra. Fra le opere di autori accusati di sostenere teorie
monarcomache la pi nota  quella del gesuita spagnolo Juan
Mariana, che porta il titolo De rege et regis institutione (1599).
L'opinione dell'autore era che, quando il sovrano fosse venuto
meno in maniera grave all'obbligo di rispettare il patto con il
popolo, quando avesse infranto la legge divina e quella naturale,
non era pi da considerare un re, bens un tiranno. A questo punto
l'omicidio politico, anche nella forma di un atto terroristico,
era ammesso.
Siccome nell'opera veniva giustificato il tirannicidio, essa fu
interpretata in Francia come la giustificazione teorica a
posteriori dell'omicidio del re Enrico terzo, ucciso a tradimento
da un fanatico, un frate domenicano, dopo che il sovrano si era
schierato apertamente dalla parte degli ugonotti. Cos il libro fu
condannato al rogo dal Parlamento di Parigi. Questo episodio 
significativo del fatto che in questo paese era avvenuto un
mutamento del clima politico dopo i tanti massacri della guerra
civile. Esso era stato favorito anche dalla nascita del movimento
dei "politici", che facendosi portavoce del desiderio di pace del
paese, proponeva di riportare la legalit e l'ordine in Francia
attraverso la realizzazione di uno Stato forte, capace d'imporsi
alle parti in lotta e in grado di tenere a freno le passioni di
parte. I "politici" ritenevano che ci fosse possibile solo con il
ripristino e con il rafforzamento della tradizione monarchica. Il
re avrebbe dovuto rispettare solo le tradizioni del regno
(soprattutto la legge salica sulla successione al trono); per il
resto il suo compito doveva essere quello di mantenere la pace nel
paese. Per le questioni religiose il movimento dei politici si
schierava a favore del gallicanesimo (Chiesa di Stato) e contro
l'ultramontanismo (sottomissione della Chiesa francese al papato
di Roma).
Fra i politici un ruolo teorico di primo piano fu svolto da J.
Bodin (1530-1596), autore di un importante trattato dal titolo De
la Rpublique (Sullo Stato) in sei libri. In quest'opera egli
parte da un esame della struttura sociale pi semplice, la
famiglia, per passare poi all'analisi delle signorie feudali, dei
corpi intermedi (citt libere, corporazioni) e infine del potere
centrale. Pur apparendo sotto molti aspetti ancora legato al
diritto medievale, Bodin teorizza l'assolutismo come soluzione
politica alla guerra civile. Si pu leggere nella sua opera
...sulla Terra non vi  niente di pi grande dei principi
sovrani, che vengono solo dopo Dio, che li ha stabiliti come
luogotenenti per comandare gli altri uomini (L. primo, capitolo
X).
Secondo Bodin lo stesso ordine supremo dell'universo insegna che
sulla Terra non vi  nulla di pi naturale del potere monarchico.
Anche le antiche monarchie egiziana e mesopotamica, che si
fondavano solo sul lume naturale, cio sulla guida della ragione,
ne sono la prova. Il suo favore per l'assolutismo lo spinge ad
affermazioni di questo tenore: Ci che al principe piace
consentire o negare, comandare o proibire, passa in vigore di
legge, di editto, di ordinanza (L. primo, capitolo ottavo).
Ma il potere monarchico non pu essere del tutto incondizionato
(legibus solutus, da cui la parola assolutismo). Rimangono
sempre valide le leggi di Dio, le leggi di natura, le leggi
fondamentali del regno. Premesso questo, il re rimane autentico
monarca anche quando infrange pesantemente la legge e non pu
essere in alcun modo giudicato dai sudditi. N  lecita alcuna
forma di ribellione, perch il danno che ne deriverebbe sarebbe
molto superiore all'utile che la societ potrebbe conseguirne.
Niente pi cittadini dunque, ma solo sudditi. E la Chiesa di
Francia deve ubbidire solo al suo re. Le pretese del papa sono
politicamente assurde, senza contare che i suoi possedimenti in
Italia il papato li ha avuti da re francesi, da Pipino il Breve e
da Carlo Magno.
Molte idee di Bodin saranno al centro della riflessione di Thomas
Hobbes, in particolare la sfiducia nell'uomo come cittadino, la
necessit che egli debba essere sottomesso totalmente al potere,
cio che sia un suddito, infine che fra il potere sovrano ed il
suddito vi sia una differenza netta, una distanza incolmabile.
Queste premesse permetteranno ai teorici della politica di
configurare il potere in forma sempre pi impersonale,
"scientifica".


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette. Introduzione.
Hobbes e la storia del suo tempo.
E' noto che Hobbes ha scritto nella sua Autobiografia di essere
stato partorito dalla madre insieme alla paura. Si riferiva al
fatto che l'Inghilterra aveva rischiato di essere invasa
dall'Invincibile Armata spagnola proprio l'anno prima della sua
nascita (1587).
Da giovane egli impar molto bene il greco e il latino e tradusse
l'opera di Tucidide sulla guerra del Peloponneso. Ebbe modo cos
di meditare sulla natura delle guerre civili e sulle loro
conseguenze sul tessuto sociale di un paese. La Guerra dei
Trent'anni (1618-1648), le teorie monarcomache, l'uccisione del re
di Francia Enrico quarto (1610) furono per lui motivi di
riflessione. In particolare la guerra civile che si svolse nella
sua terra fra il re e il Parlamento con la condanna a morte del re
Carlo I e la presa del potere da parte di Cromwell e del movimento
puritano gli dimostr che l'opera di Tucidide era ancora attuale.
Hobbes assistette a questa guerra stando dall'altra parte della
Manica, dove si era recato in volontario esilio (1640-1651). Dalle
informazioni che gli pervenivano egli ebbe l'impressione che il
suo paese stesse vivendo un'esperienza tragica e nello stesso
tempo significativa. . Egli ebbe l'occasione di osservare tutta
una serie di fenomeni, che non appaiono in una societ normale ma
vengono alla luce in circostanze eccezionali, per esempio come si
comportano gli uomini quando viene eliminato il potere dello Stato
con tutto il suo apparato repressivo, quando si spegne il rispetto
per le leggi e il timore per le conseguenze delle proprie azioni.
In queste circostanze eccezionali gli uomini cambiano
profondamente, danno sfogo ai loro istinti peggiori e provocano un
vero e proprio regresso della civilt. Avveniva in Inghilterra
proprio come nella Grecia di Tucidide; l'uomo ritornava agli stadi
primitivi della sua natura, quando non esistevano n lo Stato, n
le leggi.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette. Introduzione.
Hobbes e la ricerca dell' epistme nella politica.
Cos non tanto per una sua scelta personale quanto spinto dalle
circostanze, Hobbes rivolse il suo impegno filosofico verso la
politica. In ci egli si comport proprio come Platone, il quale
ai suoi tempi aveva ritenuto che fosse compito del filosofo
aiutare il suo paese, travagliato dalla crisi interna e dalla
guerra civile, a uscire dalla crisi. La proposta platonica  nota
(vedi Q primo/2, capitolo Cinque). Un obiettivo abbastanza simile
si era proposto anche Aristotele (Q primo/3, Capitolo Sei, letture
n. 40 e 41 e Q primo/5, Introduzione), sia pure ponendo maggiore
attenzione al valore dell'esperienza pratica, che la storia
politica della Grecia e degli altri paesi aveva accumulato.
Hobbes sent di dover tentare la stessa impresa: elaborare una
proposta politica che avesse una tale forza autodimostrativa da
essere di per s evidente e convincente. Ma come poteva sperare di
riuscire dove i pi grandi filosofi del passato avevano fallito?
La speranza gli veniva dal fatto che nel campo della filosofia
naturale, cio della fisica, era stato inventato un nuovo metodo,
che stava dando risultati straordinari. Hobbes aveva avuto
occasione d'incontrare Galilei durante il terzo dei suoi lunghi
viaggi in Europa ed era rimasto ammirato del nuovo metodo
scientifico. La domanda che il filosofo inglese si poneva era
questa: se il grande scienziato italiano aveva raggiunto l'
epistme nel campo della filosofia naturale, era possibile
raggiungere lo stesso risultato nel campo della filosofia civile?
Le circostanze imponevano al filosofo di tentare l'impresa. Cos
gli venne l'idea di diventare il Galilei della politica.
Hobbes part dalla metafisica cartesiana. Descartes aveva definito
il corpo umano una macchina e su questo punto il filosofo
inglese era d'accordo, convinto anche dalle scoperte di Harvey
sulla circolazione del sangue. Si chiede infatti Hobbes nel
Leviatano: Che cosa  il cuore se non una pompa? Che cosa sono i
nervi se non altrettante corde, le articolazioni altrettante
ruote?. Descartes aveva poi mantenuto la distinzione fra la parte
spirituale dell'uomo e quella fisica, ma il suo dualismo era stato
oggetto di numerose critiche. Da parte sua Hobbes era convinto che
le leggi della meccanica, essendo in perfetta armonia con le
regole della logica e del pensiero matematico, dovessero valere
sia per la res cogitans sia per la res extensa. Ne conseguiva che,
siccome l'uomo era interpretabile come una macchina, cio come una
struttura razionalmente comprensibile in ogni suo aspetto, era
possibile tentare di trattare la politica come una scienza esatta,
arrivare alla physica civilis.
Le premesse metodologiche al suo progetto portarono poi Hobbes a
ricercare anche nella morale un fondamento che fosse il pi
possibile solido, al di sopra di ogni critica. Questo fondamento
fu trovato nell'istinto di conservazione, che Hobbes consider la
regola fondamentale dello stato di natura, nel quale gli uomini
sono tutti sostanzialmente uguali. Inserito in un contesto
meccanicistico, il comportamento dell'uomo allo stato primordiale
diventa spiegabile come un insieme di impulsi e reazioni nel senso
di reazioni quantitative a stimoli esterni, valutati secondo lo
schema azione-reazione, impulso-ricezione. Partendo da queste
premesse era poi possibile determinare con precisione, cio con un
procedimento deduttivo controllabile in ogni passaggio, tutta la
morale. Il bene veniva a coincidere con la scelta istintiva,
immediata per il piacere (inteso come ci che preserva, accresce e
potenzia la propria conservazione) e per evitare il dolore (inteso
a sua volta come ci che indebolisce o mette a rischio la propria
sopravvivenza). Il male con il suo contrario.
Questa concezione della morale aveva il vantaggio di adattarsi
molto bene al metodo scientifico che Hobbes si era imposto di
utilizzare. Inoltre essa permetteva un procedimento deduttivo che
partendo dai princpi sopra accennati, riguardanti la morale
individuale, portava fino al sociale, alla politica. Infatti da
questo istinto di conservazione, che spinge sempre ogni uomo ad
ottenere il massimo di piacere ed il minimo di dolore, Hobbes
deduceva una serie di conseguenze sul piano sociale, che egli
sintetizza con l'espressione latina bellum omnium contra omnes
(guerra di tutti contro tutti). A questo punto appariva evidente
una contraddizione nel comportamento degli uomini allo stadio
naturale: l'egoismo umano rendeva la socializzazione impossibile e
metteva a rischio proprio ci che gli uomini avevano di pi caro:
la loro conservazione. La contraddizione chiamava in campo la
ragione, la quale suggeriva una nuova fase di sviluppo in cui
fosse maggiormente tutelata la conservazione di ogni individuo.
Essa doveva essere caratterizzata da una qualche forma di
socializzazione.
Secondo Hobbes l'uomo non  socievole per natura, non possiede
l'istinto alla socievolezza; non per niente ha inventato chiavi,
lucchetti e casseforti. Ma egli ha la ragione, la quale gli
insegna che  conveniente per lui controllare l'egoismo e
accettare l'autolimitazione. Il ragionamento appare inconfutabile
nella sua semplicit: nella lotta fra i due istinti, il desiderio
del piacere e del potere da una parte e la paura della morte
dall'altra, il secondo  destinato a prevalere per la semplice
ragione che senza la vita non  possibile neppure tutto il resto.
Sulla forza logica di questo ragionamento e sulla correttezza del
procedimento deduttivo avviene il passaggio dalla natura alla
civilt, dal right (diritto) alla law (legge). Non  quindi
l'idea di un bene da conseguire insieme con gli altri che  posta
a fondamento della societ, ma l'idea di un male individuale da
evitare. Da questa base Hobbes sviluppava poi la sua teoria del
contrattualismo e del pactum subiectionis (patto di
sottomissione). Egoismo pi razionalit: ecco il fondamento della
dottrina politica hobbesiana da cui nasce lo Stato.
Dopo aver spiegato scientificamente come gli uomini arrivino a
costituire uno Stato, Hobbes riteneva di essere in grado di
spiegare anche come questo Stato dovesse essere strutturato,
perch se era possibile lo studio di quella macchina che era
l'uomo, doveva essere possibile anche lo studio di quella
"supermacchina", di quella struttura artificiale (Hobbes lo chiama
animale artificiale) che  lo Stato, con la sua testa, le
membra, le vene e le arterie.
La verit epistemica che Hobbes trov nella sua analisi fu che l'
thos di una societ, la sua verit pi profonda, coincide sempre
con il suo istinto di autoconservazione, con l'ordine e con la
conservazione della pace. Questo risultato gli permetteva poi di
analizzare quale forma di potere fosse pi in sintonia con questa
esigenza di pace e la sua conclusione fu che il potere dovesse
essere uno e unico: Il potere  unico o non esiste affatto.
Perci egli divenne un accanito sostenitore dell'unit del potere
contro tutte le altre dottrine politiche del passato e dei suoi
tempi.
Una prima conseguenza fu il modo in cui, secondo Hobbes, ci si
deve comportare con i sediziosi. Hobbes usa l'esempio del medico.
Come il medico, agendo in maniera consona alle leggi della
ragione, arriva ad amputare una parte del corpo per la
sopravvivenza del corpo stesso, cos lo Stato, per il quale la
sedizione  il morbo, la guerra civile la sua morte, deve agire
sulle cause della sedizione con estrema decisione e durezza.
L'unicit del potere era minacciata allora da tre forze, tutte
pericolose per l'integrit dello Stato e quindi per la pace. La
prima ovviamente era l'esistenza delle Chiese cristiane ed in
particolare della Chiesa cattolica. Su questo argomento, a cui
dedicher pi di un terzo del De cive e pi della met del
Leviatano, Hobbes svilupper una serie di temi che saranno poi
ripresi dagli illuministi inglesi e francesi. Le Chiese erano,
secondo il filosofo inglese, un pericolo per l'intera societ,
perch, rifacendosi a Dio come potere supremo, relativizzavano il
potere dello Stato e favorivano una pericolosa dicotomia fra la
volont di Dio e quella degli uomini impegnati nella guida della
societ. Egli ritenne che il dualismo Chiesa-Stato fosse da
eliminare del tutto e che l'unica soluzione possibile fosse quella
di subordinare il potere religioso a quello civile. Se il Regno
di Cristo non  di questo mondo - come Ges stesso afferma nei
Vangeli - ci significa che la Chiesa non ha il diritto di
esistere e neppure il diritto canonico ha questo diritto, cos
pensava Hobbes. Quindi vi doveva essere un unico potere e un'unica
legge, quella dello Stato, il quale aveva anche il compito di
controllare le opinioni della gente e reprimere sul nascere ogni
forma di fanatismo. Questo nuovo tipo di Stato poteva accettare
solo un cristianesimo privato della sua dogmatica (e perci molto
vicino al deismo).
La seconda minaccia per lo Stato veniva da un'altra forma di
dualismo, quella fra il re ed il parlamento, che aveva prodotto in
Inghilterra una guerra civile, da cui era emersa la figura di
Cromwell, giudicato sempre dal filosofo alla stregua di un
avventuriero. La perniciosit di questa forma di divisione del
potere era quindi storicamente dimostrata. Per Hobbes la soluzione
del problema non poteva che essere l'indivisibilit del potere,
ispirandosi in ci anche alle teorie di J. Bodin, che fra l'altro
conosceva bene. Quindi le pretese del Parlamento erano
inaccettabili.
Infine Hobbes rifiutava anche quella forma di dualismo che poteva
nascere fra la common law e la volont del sovrano. La common law
rappresentava la tradizione giuridica del regno, il diritto comune
del paese, che in Inghilterra godeva di un grande prestigio. Ma
Hobbes vedeva in essa una pericolosa fonte di potere alternativo
alla volont del sovrano. Perci il filosofo inglese pretendeva la
sparizione anche di questo fondamentale elemento di controllo del
potere monarchico.
In un famoso passo del Leviatano Hobbes paragona la societ umana
a quella delle api. Ci che le api possiedono naturalmente, gli
uomini devono conseguire con un patto che di per s non pu essere
che artificiale. La natura umana  particolarmente turbolenta; gli
uomini sono continuamente in competizione, spesso si odiano e
scatenano guerre. Ci rende qualsiasi sistema politico fragile e
soggetto a periodiche crisi. Il patto su cui si fonda lo Stato non
 di per s  una garanzia sufficiente;  necessario che il potere
dello Stato tenga in soggezione con la forza quelli che ormai non
sono che sudditi. Anzi viene consigliato da Hobbes al sovrano di
usare il terrore come lo strumento pi adatto per informare la
volont di tutti alla pace interna e all'aiuto reciproco contro i
nemici esterni.
Portare la societ dal chos al nmos, questo era lo scopo che
tutti i sistemi politici dell'antichit si proponevano, a cui
Platone, Aristotele ed altri avevano dedicato tanta parte della
loro attivit teoretica. A questo scopo tendeva anche la
philosophia civilis di Hobbes: le guerre di religione avevano
portato il chos nella societ, egli si propose di insegnare come
rifondare il nmos. Arrivato al traguardo che si era proposto,
cio ad un sistema politico che gli pareva avesse le garanzie e
l'evidenza dell' epistme, Hobbes si comport esattamente come
Platone racconta di se stesso nella Settima Lettera, cio si mise
a cercare un re che prendesse in considerazione la sua proposta e
che cercasse di trasformare in utilit pratica questa verit
speculativa.
Come la proposta politica di Platone, anche questa di Hobbes ha
fatto molto discutere. Il limite maggiore della sua dottrina
politica rimane ci che lui riteneva fosse il suo maggior pregio,
la sua coerenza logica, la sua scienificit, la quale per
giustifica un potere coercitivo. Inoltre essa appare non
risolvere, ma piuttosto nascondere (e reprimere) la ben pi
complessa dimensione dialettica della politica e della storia.
Nel Leviatano Hobbes paragona la societ degli uomini a quella
delle api in un confronto polemico con Aristotele, il quale aveva
sostenuto la naturale socievolezza dell'uomo. Hobbes osserva che
gli esseri umani sono molto pi complicati delle api, perch in
essi  presente l'aspetto competitivo, inoltre possiedono la
ragione e l'arte della parola e si comportano in due modi diversi
a seconda che abbiano a che fare con il pubblico o il privato;
infine essi sono diffidenti, amano la gloria, il guadagno, la
sicurezza, la reputazione personale. Egli ribadisce che gli uomini
stanno insieme non per istinto naturale, ma per un patto
artificiale e quindi  necessario che la societ sia tenuta
insieme da un potere dispotico e repressivo. Il confronto fra la
societ delle api e quella degli uomini mette in evidenza la
perfezione della natura, la sua razionalit, (resa ancora pi
evidente dalle leggi scientifiche), di fronte alla quale sta
l'inadeguatezza della societ umana.
Tutto il ragionamento hobbesiano  un chiaro esempio
dell'appiattimento della filosofia sul metodo scientifico e delle
relative conseguenze. Da una parte il filosofo si raffigura la
ragione come una macchina calcolatrice; afferma infatti: In
qualsiasi materia in cui c' posto per l'addizione e la
sottrazione, ivi c' pure posto per la ragione e dove queste non
trovano posto, ivi la ragione non ha niente a che fare
(Leviatano). Dall'altra egli considera l'uomo e la societ
razionalmente non adeguati e quindi da razionalizzare. Questo  il
compito dello Stato, il dio mortale, la cui funzione repressiva
diventa perci altamente etica e meritoria. In definitiva esso
deve ridurre tutte le loro volont ad una sola (Leviatano), cio
rendere la societ degli uomini il pi possibile simile a quella
delle api (su questo argomento vedi anche Quaderno secondo/9,
Capitolo Quattordici, Introduzione all'Idealismo e a Hegel e
Quaderno terzo/4, Introduzione a Dostoevskij. Sul confronto fra la
societ degli uomini e quella delle api vedi anche Quaderno
secondo/7, Introduzione a I liberi pensatori e la lettura n. 7).


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette. Introduzione.
Hobbes e il problema dell' thos.
Il desiderio di Hobbes di semplificare al massimo l'intero
problema della politica per arrivare ad una chiarezza tale da
poter raggiungere la sospirata soluzione epistemica, port il
filosofo inglese a proporre l'ordine e la pace come valori supremi
a cui tutta la societ non solo tende, ma che accetta
incondizionatamente al di sopra del proprio egoismo e del
tornaconto individuale. Ma se l'ordine e la pace sono l'obiettivo
a cui tende il potere dello Stato, ci non  sufficiente a
garantire la loro realizzazione. Gi i sofisti avevano osservato
che nessuna legge, n alcun sistema punitivo possono essere
totalmente efficaci. Cos era nata l'idea della religione come
instrumentum regni, teorizzata dal sofista Crizia (vedi Q primo/2,
capitolo Tre, lettura n. 12) e dopo di lui da tanti altri.
Come aveva imparato da Tucidide le conseguenze di una guerra
civile, cos Hobbes aveva imparato da Polibio quanto fosse utile
per la coesione interna alla societ una religione che fosse anche
theologia civilis (vedi Q. 1/5, capitolo Nove, lettura n. 9). Egli
si inseriva cos in una antica tradizione che il Rinascimento
aveva pienamente recuperato, ad esempio nelle riflessioni di
Machiavelli. Convinto a sua volta dell'importanza che poteva avere
per la stabilit dello Stato una religione che fosse anche
theologia civilis, il filosofo inglese si rendeva conto per che
nessun'altra religione al di fuori del cristianesimo poteva essere
presa in considerazione nell'Europa del Seicento. Hobbes dovette
dunque cercare di conciliare il cristianesimo con la sua dottrina
politica. L'operazione si presentava difficile per le
caratteristiche specifiche della religione cristiana, la quale fin
dal suo nascere si era proposta come scopo di impegnarsi per la
salvezza delle anime e perci di collocarsi al di sopra della
sfera politica. Per coerenza con questi princpi i primi cristiani
si erano opposti con accanimento alle pretese assolutistiche dello
Stato romano, motivo per cui erano stati lungamente perseguitati
(Confronta Quaderno primo/6, capitolo Undici, Introduzione).
Da una parte Hobbes riteneva che il suo sistema coincidesse con la
volont di Dio e con l'insegnamento cristiano. Anche in epoca
cristiana egli era convinto che l'ordine e la pace sociale
rimanessero il valore supremo e il Dio cristiano non poteva essere
contrario al fatto che lo Stato avesse tutto il potere necessario
a questo scopo, nei confronti sia di possibili sedizioni interne
sia di attacchi esterni. Partendo da queste convinzioni, egli
ritenne di dover ridurre la dogmatica cristiana a quello che
riteneva fosse l'essenziale, cio la fede in Ges come il Cristo
di Dio, e per il resto trasform il cristianesimo in una theologia
civilis, cio in una religione di Stato.
Rimaneva da risolvere il non piccolo problema dell'esistenza della
Chiesa, questa speciale comunit nata con il cristianesimo, che si
era poi affiancata alla societ civile senza sostituirsi ad essa e
senza neppure farsi assorbire. Il cristianesimo aveva dimostrato
ai tempi di Teodosio, quando divenne religione di Stato, una
totale insensibilit verso l' thos di Roma (la theologia civilis
di allora), e lo aveva demolito provocando un vuoto che non era
stato poi in grado di colmare. Cos con il saccheggio di Roma da
parte di Alarico nel 410, le accuse contro i cristiani di essere i
responsabili della caduta di Roma e del declino dell'impero furono
tanto numerose da costringere Agostino ad entrare nella polemica
(vedi Q primo/6, capitolo Undici, Introduzione, Dall'intolleranza
all'intolleranza). Con la cristianizzazione dell'impero nacque poi
il cesaropapismo, la nuova soluzione a cui si adatt la parte
orientale dell'impero. La parte occidentale ebbe invece una storia
diversa, si cre un dualismo con un difficile e spesso
conflittuale equilibrio di poteri fra la sfera politica e quella
religiosa. Cos la riforma cluniacense e la questione delle
investiture furono motivo di lacerazione e di scontro; la lotta
contro le eresie invece dimostr che fra i due poteri erano ancora
forti gli interessi comuni.
All'inizio dell'Et moderna il tentativo di Hobbes di ridurre il
cristianesimo a copertura teologica di un sistema politico che
si proponeva come epistemico, dimostra la stessa insensibilit
verso il cristianesimo che avevano avuto i cristiani verso la
religione dei romani, religione civile per eccellenza. Cos egli
neg le caratteristiche pi specifiche di questa religione, cio
di essere universale (e quindi non di una specifica comunit) e di
avere come compito la salvezza delle anime. Il nuovo cristianesimo
di Hobbes, cos modificato, sembrava per in sintonia con la
situazione specifica della nazione inglese, con un re a capo dello
Stato e contemporaneamente a capo della Chiesa.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette. Introduzione.
H. van Groot (Ugo Grozio).
Anche fra i calvinisti olandesi il dibattito teologico a volte era
duro e sfociava nell'intolleranza. Nella seconda met del
Cinquecento il tema del rapporto fra predestinazione e libert
dell'uomo aveva dato origine a due scuole di pensiero diverse.
Giacomo Armino (1560-1609), reagendo al pericolo, insito nell'idea
di predestinazione, di fare di Dio stesso il responsabile dei
peccati dell'uomo (problema molto sentito soprattutto in campo
protestante, che poi dar origine a varie forme di teodicea; vedi
Capitolo Cinque e Capitolo Dieci), si era pericolosamente
avvicinato alla posizione cattolica, affermando che il peccato di
Adamo non aveva completamente distrutto il libero arbitrio
dell'uomo, ma lo aveva solo ferito. A lui si contrappose Francesco
Gomar (1563-1641), esponente del calvinismo pi rigido. Il
dibattito ad un certo punto fu interrotto dal fatto che i
gomaristi chiesero l'intervento dello Stato contro gli arminiani.
Questi furono condannati dal sinodo di Dordrecht (1619). Huig van
Groot fu coinvolto nella condanna degli arminiani e condannato al
carcere a vita. Evaso dopo due anni, si rifugi a Parigi. Qui egli
scrisse la sua opera pi nota: De iure bellis ac pacis (1625),
dedicandola al re di Francia Luigi tredicesimo. Era iniziata da
pochi anni la prima guerra civile europea, detta dei Trent'anni
per la sua durata (1618-1648); il clima politico era dunque
favorevole all'opera di van Groot, il cui successo fu grande e
duraturo.
Egli  considerato il fondatore del diritto internazionale, ma in
realt l'esigenza di elaborare un diritto di questo tipo, di
delineare i termini in cui era possibile accettare l'ipotesi di
una guerra giusta e altri temi presenti nell'opera di van Groot
erano questioni gi emerse e lungamente dibattute nelle universit
spagnole dopo l'inizio della conquista del Nuovo Mondo e Francisco
de Vitoria (1483-1546) ne era stato un interprete di grande
statura filosofica e giuridica.
Con la fine dell'unit religiosa dell'Europa e le successive
guerre di religione la questione del diritto internazionale era
diventata di attualit non solo per un unico Stato, sia pur
importante come era allora la Spagna, bens per l'intero
continente. A queste esigenze l'opera di van Groot rispondeva in
modo egregio. Egli partiva dall'esistenza di un diritto naturale,
secondo il quale ogni uomo  portatore di una serie di diritti
inalienabili, fra cui quello di vivere in una societ fondata
sull' appetitus societatis (una specie di istinto primordiale),
inteso come il postulato da cui con un metodo deduttivo rigoroso -
ad imitazione di quello geometrico, considerato il massimo di
perfezione - era possibile ricavare una serie di indicazioni
pratiche concrete sui rapporti fra Stati (mantenere i patti,
riparare ai danni arrecati, ecc), che pur salvando l'autonomia di
ciascuno di essi, rivendicava anche l'esistenza di una comunit
internazionale con propri diritti. Essi erano fondati sulla natura
comune di tutti gli uomini, cio in definitiva sulla ragione, dal
momento che era ancora in vigore la definizione aristotelica della
razionalit come caratteristica specifica della natura umana.
Per quanto riguarda il tradizionale fondamento religioso del
diritto, van Groot afferma nella sua opera che il diritto naturale
...sarebbe valido ugualmente anche se ammettessimo che Dio non
esistesse o non si occupasse dell'umanit (Proleg.  11).
Apparentemente questa affermazione non si discosta da altre
simili, usate in passato soprattutto dai filosofi della tarda
Scolastica. Ma il momento storico nuovo ne trasform la portata e
le diede un significato preciso: diritto e teologia dovevano
essere separati, e il diritto doveva cercarsi un fondamento nuovo.
Cos messo da parte ogni fondamento di tipo religioso, ne fu
proposto un altro fondato sulla natura (sulla natura umana e
quindi in definitiva sulla ragione), che avr un duraturo
successo. Nacque cos quella corrente di pensiero che  passata
alla storia con il nome di giusnaturalismo e di cui van Groot 
uno degli esponenti pi prestigiosi.
